Associazioni libere…

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Sono qui seduta all’indiana sul divano-letto, col balcone aperto e una fresca giornata di primavera davanti. So già che la passerò in casa, adesso scribacchiando quello che mi passa per la testa, più tardi pranzando e dopo ancora traducendo per Menin. Una prospettiva allettante solo fino a metà. Ah, già, ora che ricordo… C’è anche il copione di portoghese da ripassare… La prospettiva continua a essere allettante solo per metà… 😦
In questo momento, o meglio qualche momento fa, il tempo di accendere il pc e aprire il nuovo documento di Word, avrei voluto essere al mare, a casa mia, una casa del tutto simile a quella di Montalbano. Una spiaggetta solo per me e la calma primaverile a farmi compagnia. Non avrei chiesto altro. Anche perché, per adesso, chiedere altro mi sembra un po’ troppo.
Eravamo rimasti a quella nebbia di incertezze che non volevo attraversare… Beh, a essere sinceri, qualche passo sulla sua superficie soffice ma resistente (almeno all’apparenza) l’ho mosso. È come si vede in quei film d’avventura dove non manca mai il gracile ponticello di legno che deve sostenere una cordata di gente votata ad arrivare sull’altra sponda del precipizio. C’è sempre chi si fa avanti per primo e tasta la solidità di un simile e poco raccomandabile passaggio. Io sono quel personaggio. E sto tastando la stabilità della nebbia che mi si staglia davanti. I primi passi sono passi molto piccoli. Uno… pausa… due… pausa… tre… quattro. Ecco, tra il terzo e il quarto passo non c’è la pausa. Una piccola variante che mostra la mia audacia, quantomeno apparente, e la mia impazienza di arrivare dall’altra parte. La nebbia, al momento, non sembra scricchiolare. Non vedo crepe sulla sua candida superficie. Non sento strani rumori. Solo una specie di richiamo. Un dolce canto che mi invita a passare in fretta dall’altra parte. Purtroppo quel canto non dice tutto quello che posso trovare dall’altra parte. Invita all’abbandono a qualcosa che pare io conosca. Ma non dice che quell’abbandono sarà seguito da un tranquillo atterraggio sul morbido… Non c’è un panettone Motta che mi aspetta di là. Almeno, la voce che canta non me lo dice… E comunque, per quanto suadente possa essere la melodia, per quanto irresistibile la dolcezza della voce, io non ho intenzione di ascoltarla. Anche perché comunque, nonostante di scricchiolii provenienti dalla nebbia non ne senta, sento chiaramente quelli provenienti da me stessa. Cric… cric… cric… Sono gli scricchiolii di celluline grigie che si scontrano e inventano incipit di storie magnifiche, sono gli scricchiolii del muscolo cardiaco che è un tantino inaridito ma pian piano si sta risvegliando. Ma ancora non è ora. Non sto dicendo che la cosa non mi interessi. Non sto dicendo che la cosa mi renderebbe indifferente. Sto solo dicendo che fin quando non saprò che quegli scricchiolii si tramuteranno sicuramente, anzi fin quando la trasmutazione non avverrà in via definitiva, allora quei rumorini non mi significano nulla di buono. Ecco perché son qui che sopravvivo/vivo (il confine tra questi due stati comincia fortunatamente a essere un po’ più labile, ma non devo eccedere con la sensazione di vita in me, so per esperienza che il ricadere bruscamente nella sopravvivenza mentre ancora ci si illude di stare propriamente VIVENDO, beh, non è una sensazione da augurare nemmeno al peggior nemico…) e intanto cerco di non pensare, non pensare troppo sarebbe meglio dire. Ecco perché cerco di ascoltare la musica, leggere, scrivere, osservare senza farmi venire in mente troppe cose di cui poi vorrei fare esperienza e che invece non sono sicura raggiungerò mai. Ho passato due brutte giornate, ieri e il giorno prima. Ieri è iniziata davvero male, credevo la furia del venerdì mi fosse passata e invece sono rimasta acida fino a quando ho potuto. Poi il pomeriggio le cose si sono un po’ aggiustate. Mi sono leggermente rattristata, ma la tristezza è preferibile all’ira, come avevo già concluso tempo fa. Se sono depressa, sono meno pericolosa e più simpatica di come quando sono arrabbiata. Me ne rendo perfettamente conto che ci sono giornate in cui torno a essere l’acida Silvia di un tempo. E questo non mi piace. Mi fa paura. Mi rende nervosa ancora di più, perché mi manda nel panico di aver perso tutto quello che avevo conquistato, di aver buttato alle ortiche tutto quello che chissà come, chissà se per miracolo divino o per esperienze vissute quaggiù, ero riuscita a ottenere. E l’aspetto più interessante della vicenda è che non ho nemmeno dovuto pagare uno strizzacervelli per arrivarci!! 🙂
Beh che dire ancora… Avevo iniziato parlandovi di un mio desiderio momentaneo e siamo finiti a parlare di analisti e lavoro su se stessi. Direi che ci piace essere vari ed eclettici, no? Ma è meglio così, immaginatevi che strazio parlare di una cosa e fermarsi solo su quella, senza seguire il libero corso dei pensieri… Da cosa nasce cosa, da pensiero nasce pensiero. Le associazioni libere sono l’unico aspetto della psicanalisi che mi interessa davvero. Perché in fin dei conti sono quasi totalmente inconsce, certo se fatte nel modo corretto, senza scartare i pensieri che non ci piacciono, e raccontano tantissimo di noi. Freud non farebbe altro che vederci dei riferimenti sessuali, ma magari la mente umana è capace di concepire idee differenti, non credi Sigmondo?? A proposito della mente umana… Si può sapere perché siamo così complicati? O sono io che ci vedo più complessità di quel che dovrei? Non si parla mica solo di donne qui, ragazzi gli uomini riescono a essere imperscrutabili a volte, contraddittori, ingannatori senza volerlo. Hanno dei meccanismi di funzionamento del cervello che sarebbe interessantissimo indagare, se solo l’uomo in sé e per sé fosse una macchina di quelle che si possono smontare e rimontare. Quanto è complesso l’uomo? Quanto sono complicati i… come chiamarli? Meccanismi? No, non va bene, ci vuole una cosa più umana ma altrettanto esplicativa… Diciamo… le reazioni chimiche (che si avvicina di più a un organismo vivente, almeno a mio parere) ecco sì, quanto sono complesse le reazioni chimiche che avvengono ogni giorno tra tutti noi? Le tipologie sono innumerevoli, ci arrabbiamo, ci insultiamo, ci amiamo, ci confondiamo, ci diamo fastidio, ci aiutiamo, lo facciamo perché ci vogliamo bene, perché siamo interessati, perché quel giorno abbiamo la luna dritta, perché quel giorno abbiamo la luna storta, perché ci va o perché improvvisamente abbiamo deciso che NON ci va. Ci sono migliaia di milioni di biliardi di motivi per cui ci comportiamo in un modo piuttosto che in un altro e la cosa più preoccupante (ecco, la scelta di questa parola è un chiaro segnale di quello che intendo, dal momento che NON è la parola più appropriata…) è che nella maggior parte dei casi non sappiamo il perché. Oppure lo intuiamo, ma non lo sappiamo spiegare. Io non stimo particolarmente Dante, ma di una cosa gli ho sempre dato atto: è impossibile per noi riuscire a dire quello che riusciamo a pensare nel modo in cui lo pensiamo. E, aggiungo io, facendo in modo che gli altri intendano proprio quello che stiamo pensando attraverso il modo in cui lo stiamo dicendo. Ecco perché io mi trovo in difficoltà. Non è sempre così, la maggior parte delle situazioni che vivo sono definite abbastanza chiaramente da non lasciare spazio al dubbio. Ma c’è una particolare categoria di situazioni che mi mette sempre in buca. E mi rende triste o nervosa o confusa. Ed è puntualmente quello che sto cercando di evitare. In questo momento sto vivendo la situazione di cui faccio cenno, o almeno a me sembra di essere dentro quella situazione. Ecco, vedete? Vedete come già mi perdo e non so cosa dirvi? Non so cosa dirvi perché per me questa situazione non è chiara. Non so nemmeno se il nome che do io a questa situazione sia il nome che le dà chi la sta vivendo con me. “Cosa è per te questo?” Non so quanto darei per saperlo, per poter porre la domanda senza creare un’atmosfera imbarazzante e soprattutto per sentirmi dire che anche per chi c’è dentro con me si tratta di quello che penso io. Sicuramente per altri le situazioni incerte e oscure saranno altre. Saranno di altri tipi. Mentre nella fattispecie questa sarebbe chiarissima. Quanto darei, in alternativa al desiderio espresso prima, perché anche io avessi la magnifica capacità di intendere al volo se si tratta o se mai si potrà trattare di quello che penso si tratti o no. Sono quasi certa che a) non avrete capito un’acca di cosa sto parlando; b) secondo voi io avrei in realtà bisogno di un buon dottore; c) vi starete chiedendo perché diamine io passi del tempo della mia unica vita ad arrovellarmi su questioni per le quali non ho titolo né esperienza per pronunciarmi… Beh, mi credete se vi dico che non avevo alcuna intenzione di finire in questo marasma di informazioni pseudopscicologicoanalitiche? Vi esorto a farlo, perché proprio di tutto pensavo avrei potuto fare, ma certamente non immaginavo poter arrivare a cotanto estremo.
Detto questo, pur avendo parlato di tutt’altro rispetto a quello di cui in realtà avrei voluto parlare da tempo (ma lo farò un’altra volta, se le associazioni libere prodotte dal mio encefalo lo permetteranno), mi accingo a preparare il primo di oggi. 🙂 A presto ragazzi!!
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