Monthly Archives: April 2010

Associazioni libere…

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Sono qui seduta all’indiana sul divano-letto, col balcone aperto e una fresca giornata di primavera davanti. So già che la passerò in casa, adesso scribacchiando quello che mi passa per la testa, più tardi pranzando e dopo ancora traducendo per Menin. Una prospettiva allettante solo fino a metà. Ah, già, ora che ricordo… C’è anche il copione di portoghese da ripassare… La prospettiva continua a essere allettante solo per metà… 😦
In questo momento, o meglio qualche momento fa, il tempo di accendere il pc e aprire il nuovo documento di Word, avrei voluto essere al mare, a casa mia, una casa del tutto simile a quella di Montalbano. Una spiaggetta solo per me e la calma primaverile a farmi compagnia. Non avrei chiesto altro. Anche perché, per adesso, chiedere altro mi sembra un po’ troppo.
Eravamo rimasti a quella nebbia di incertezze che non volevo attraversare… Beh, a essere sinceri, qualche passo sulla sua superficie soffice ma resistente (almeno all’apparenza) l’ho mosso. È come si vede in quei film d’avventura dove non manca mai il gracile ponticello di legno che deve sostenere una cordata di gente votata ad arrivare sull’altra sponda del precipizio. C’è sempre chi si fa avanti per primo e tasta la solidità di un simile e poco raccomandabile passaggio. Io sono quel personaggio. E sto tastando la stabilità della nebbia che mi si staglia davanti. I primi passi sono passi molto piccoli. Uno… pausa… due… pausa… tre… quattro. Ecco, tra il terzo e il quarto passo non c’è la pausa. Una piccola variante che mostra la mia audacia, quantomeno apparente, e la mia impazienza di arrivare dall’altra parte. La nebbia, al momento, non sembra scricchiolare. Non vedo crepe sulla sua candida superficie. Non sento strani rumori. Solo una specie di richiamo. Un dolce canto che mi invita a passare in fretta dall’altra parte. Purtroppo quel canto non dice tutto quello che posso trovare dall’altra parte. Invita all’abbandono a qualcosa che pare io conosca. Ma non dice che quell’abbandono sarà seguito da un tranquillo atterraggio sul morbido… Non c’è un panettone Motta che mi aspetta di là. Almeno, la voce che canta non me lo dice… E comunque, per quanto suadente possa essere la melodia, per quanto irresistibile la dolcezza della voce, io non ho intenzione di ascoltarla. Anche perché comunque, nonostante di scricchiolii provenienti dalla nebbia non ne senta, sento chiaramente quelli provenienti da me stessa. Cric… cric… cric… Sono gli scricchiolii di celluline grigie che si scontrano e inventano incipit di storie magnifiche, sono gli scricchiolii del muscolo cardiaco che è un tantino inaridito ma pian piano si sta risvegliando. Ma ancora non è ora. Non sto dicendo che la cosa non mi interessi. Non sto dicendo che la cosa mi renderebbe indifferente. Sto solo dicendo che fin quando non saprò che quegli scricchiolii si tramuteranno sicuramente, anzi fin quando la trasmutazione non avverrà in via definitiva, allora quei rumorini non mi significano nulla di buono. Ecco perché son qui che sopravvivo/vivo (il confine tra questi due stati comincia fortunatamente a essere un po’ più labile, ma non devo eccedere con la sensazione di vita in me, so per esperienza che il ricadere bruscamente nella sopravvivenza mentre ancora ci si illude di stare propriamente VIVENDO, beh, non è una sensazione da augurare nemmeno al peggior nemico…) e intanto cerco di non pensare, non pensare troppo sarebbe meglio dire. Ecco perché cerco di ascoltare la musica, leggere, scrivere, osservare senza farmi venire in mente troppe cose di cui poi vorrei fare esperienza e che invece non sono sicura raggiungerò mai. Ho passato due brutte giornate, ieri e il giorno prima. Ieri è iniziata davvero male, credevo la furia del venerdì mi fosse passata e invece sono rimasta acida fino a quando ho potuto. Poi il pomeriggio le cose si sono un po’ aggiustate. Mi sono leggermente rattristata, ma la tristezza è preferibile all’ira, come avevo già concluso tempo fa. Se sono depressa, sono meno pericolosa e più simpatica di come quando sono arrabbiata. Me ne rendo perfettamente conto che ci sono giornate in cui torno a essere l’acida Silvia di un tempo. E questo non mi piace. Mi fa paura. Mi rende nervosa ancora di più, perché mi manda nel panico di aver perso tutto quello che avevo conquistato, di aver buttato alle ortiche tutto quello che chissà come, chissà se per miracolo divino o per esperienze vissute quaggiù, ero riuscita a ottenere. E l’aspetto più interessante della vicenda è che non ho nemmeno dovuto pagare uno strizzacervelli per arrivarci!! 🙂
Beh che dire ancora… Avevo iniziato parlandovi di un mio desiderio momentaneo e siamo finiti a parlare di analisti e lavoro su se stessi. Direi che ci piace essere vari ed eclettici, no? Ma è meglio così, immaginatevi che strazio parlare di una cosa e fermarsi solo su quella, senza seguire il libero corso dei pensieri… Da cosa nasce cosa, da pensiero nasce pensiero. Le associazioni libere sono l’unico aspetto della psicanalisi che mi interessa davvero. Perché in fin dei conti sono quasi totalmente inconsce, certo se fatte nel modo corretto, senza scartare i pensieri che non ci piacciono, e raccontano tantissimo di noi. Freud non farebbe altro che vederci dei riferimenti sessuali, ma magari la mente umana è capace di concepire idee differenti, non credi Sigmondo?? A proposito della mente umana… Si può sapere perché siamo così complicati? O sono io che ci vedo più complessità di quel che dovrei? Non si parla mica solo di donne qui, ragazzi gli uomini riescono a essere imperscrutabili a volte, contraddittori, ingannatori senza volerlo. Hanno dei meccanismi di funzionamento del cervello che sarebbe interessantissimo indagare, se solo l’uomo in sé e per sé fosse una macchina di quelle che si possono smontare e rimontare. Quanto è complesso l’uomo? Quanto sono complicati i… come chiamarli? Meccanismi? No, non va bene, ci vuole una cosa più umana ma altrettanto esplicativa… Diciamo… le reazioni chimiche (che si avvicina di più a un organismo vivente, almeno a mio parere) ecco sì, quanto sono complesse le reazioni chimiche che avvengono ogni giorno tra tutti noi? Le tipologie sono innumerevoli, ci arrabbiamo, ci insultiamo, ci amiamo, ci confondiamo, ci diamo fastidio, ci aiutiamo, lo facciamo perché ci vogliamo bene, perché siamo interessati, perché quel giorno abbiamo la luna dritta, perché quel giorno abbiamo la luna storta, perché ci va o perché improvvisamente abbiamo deciso che NON ci va. Ci sono migliaia di milioni di biliardi di motivi per cui ci comportiamo in un modo piuttosto che in un altro e la cosa più preoccupante (ecco, la scelta di questa parola è un chiaro segnale di quello che intendo, dal momento che NON è la parola più appropriata…) è che nella maggior parte dei casi non sappiamo il perché. Oppure lo intuiamo, ma non lo sappiamo spiegare. Io non stimo particolarmente Dante, ma di una cosa gli ho sempre dato atto: è impossibile per noi riuscire a dire quello che riusciamo a pensare nel modo in cui lo pensiamo. E, aggiungo io, facendo in modo che gli altri intendano proprio quello che stiamo pensando attraverso il modo in cui lo stiamo dicendo. Ecco perché io mi trovo in difficoltà. Non è sempre così, la maggior parte delle situazioni che vivo sono definite abbastanza chiaramente da non lasciare spazio al dubbio. Ma c’è una particolare categoria di situazioni che mi mette sempre in buca. E mi rende triste o nervosa o confusa. Ed è puntualmente quello che sto cercando di evitare. In questo momento sto vivendo la situazione di cui faccio cenno, o almeno a me sembra di essere dentro quella situazione. Ecco, vedete? Vedete come già mi perdo e non so cosa dirvi? Non so cosa dirvi perché per me questa situazione non è chiara. Non so nemmeno se il nome che do io a questa situazione sia il nome che le dà chi la sta vivendo con me. “Cosa è per te questo?” Non so quanto darei per saperlo, per poter porre la domanda senza creare un’atmosfera imbarazzante e soprattutto per sentirmi dire che anche per chi c’è dentro con me si tratta di quello che penso io. Sicuramente per altri le situazioni incerte e oscure saranno altre. Saranno di altri tipi. Mentre nella fattispecie questa sarebbe chiarissima. Quanto darei, in alternativa al desiderio espresso prima, perché anche io avessi la magnifica capacità di intendere al volo se si tratta o se mai si potrà trattare di quello che penso si tratti o no. Sono quasi certa che a) non avrete capito un’acca di cosa sto parlando; b) secondo voi io avrei in realtà bisogno di un buon dottore; c) vi starete chiedendo perché diamine io passi del tempo della mia unica vita ad arrovellarmi su questioni per le quali non ho titolo né esperienza per pronunciarmi… Beh, mi credete se vi dico che non avevo alcuna intenzione di finire in questo marasma di informazioni pseudopscicologicoanalitiche? Vi esorto a farlo, perché proprio di tutto pensavo avrei potuto fare, ma certamente non immaginavo poter arrivare a cotanto estremo.
Detto questo, pur avendo parlato di tutt’altro rispetto a quello di cui in realtà avrei voluto parlare da tempo (ma lo farò un’altra volta, se le associazioni libere prodotte dal mio encefalo lo permetteranno), mi accingo a preparare il primo di oggi. 🙂 A presto ragazzi!!

Terza parte…

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Beh ma allora proprio non posso farne a meno? Sono di nuovo qui, per la terza volta in due settimane. La cosa è davvero strana. Non pensavo sarebbe accaduto di nuovo. Ma come ho già detto preferisco scrivere che altro.
Sono ancora qui, perchè sono annoiata. E anche perchè mi sto rendendo conto che non pensare risulta davvero difficile. Sto pian piano regredendo. Non riesco a controllarmi. E comincio a essere a disagio. Come ho già detto non ci sono speranze all’orizzonte e non ci sono attese da ingannare. Ma qualcosa in realtà la spero e l’attendo. E questo, essendo il terreno di gioco particolarmente instabile, non è un buon segno. Non posso permettermi di crollare ora. Devo cercare di controllarmi, di non fare sciocchezze, di limitarmi ad aspettare che ricominci l’università e che io torni a essere la ragazza impegnata di un paio di settimane fa. Devo cercare di sfuggire alle situazioni di stallo come questa, devo cercare di riempirmi le giornate e sfiancarmi. E’ meglio dover inserire un nuovo impegno tra quelli che già si hanno piuttosto che non averne nessuno e aspettare la manna che ne arrivi uno bello grosso e duraturo.
Oggi mi è di nuovo battuto il cuore. Non va bene. Non ora. Non così. Non senza sapere che tra un mese o due dovrà obbligatoriamente smettere di battere. Potrò permettermi queste cose solo quando e se mai saprò che non accadrà solo a me. E siccome io la situazione di fondo la conosco già, non dovrei lasciarmi proprio andare. Sono discorsi freddi e cinici, lo so. Ma non posso permettermi di stare male. E’ stata la mia realtà quotidiana per troppo tempo in venti anni di vita, pardon, di sopravvivenza. Non posso ripetermi ora. Vorrei avere qualcosa in cui sperare, credetemi. So che dovrei in realtà sperare in un qualcosa che non si limiti alla vita terrena etc etc, ma avere qualche prospettiva anche quaggiù non è poi tanto male, no? E cmq davvero il mio cuore lo desidera tanto di tornare a battere. Ma non ha senso che accada oggi. Anche perchè quella piccola cosa che ho ottenuto oggi è difficilmente un segnale positivo di una possibile evoluzione. Le mie strategie finora non hanno portato a niente. Ed è per questo che non nutro particolari speranze. Mi piacerebbe, ma non ne ho i mezzi. Mi piacerebbe domani svegliarmi e sapere che qualcuno mi sta pensando o con la speranza che succederà quello che aspetto. Ma è molto meglio se mi concentro su altre cose. Anche perchè sperare mi sfianca. Mi toglie le forze per fare qualunque altra cosa che forse è più urgente di quello di cui vorrei occuparmi, che concerne esclusivamente me e che non costituisce però parte integrante della mia esistenza. Oh, lo so che sono discorsi sconclusionati, ma che ci posso fare? Ho bisogno di sfogarmi. Ho bisogno di occupare il mio tempo, di non pensare, di scrivere anche cose senza senso. Anche se in realtà questo scrivere mi riporta davanti agli occhi le cose come stanno dentro di me. E le cose dentro di me stavano un po’ meglio prima. Mi riuscivo decisamente a controllare. Oggi mi sta riuscendo sempre meno. Guardate: se venissero ora a dirmi che va bene così, che non ci resterò male, che stavolta andrà meglio, che ci sarà un futuro anche per me, che ora è solo una situazione di passaggio, che sì ce l’ho fatta, allora potreste star certi che lascerei il mio cuore battere e battere e battere. Lascerei libera la fantasia, gioirei, riderei, ballerei, canterei, esulterei e finalmente vivrei.
Ma io ancora non ho visto nè sentito nessuno dirmi cose simili. E quindi non lo posso fare. E questo mi rende malinconica. Mi rende triste. Mi rende sofferente. Ancora non tanto, perchè il limite non l’ho oltrepassato, però sono sull’orlo del precipizio, Sono qui, vedo il baratro che si prospetta sotto di me. Vedo il vuoto. Una parete rocciosa lontana da me e tra le due pareti (quella sul cui limitare sto io e l’altra, dove probabilmente si nasconde quello che il mio cuore vorrebbe vivere) c’è tanta nebbia. Una nebbia fitta, che si può tagliare col coltello. Una nebbia che pare dire: se cadi ti sostengo. Non ti preoccupare, librati nell’aria, io ti terrò e tu non ti farai male. Ma per quanto possa essere stata sciocca e per quanto possa ancora esserlo in fin dei conti, non mi faccio prendere in giro dalla nebbia. La nebbia è l’incertezza, che per me prospetta dolore. E allora me ne sto qui.
Brutto atteggiamento, ok. Le cose possono sempre cambiare. Sarà anche vero. Ma quando cambieranno? Perchè non è mai la volta buona? Perchè devo vedermi scivolare tra le dita così tante cose buone, così tanti animi che promettono bene? E uno e un altro e un altro ancora. Quanti ormai me ne sono lasciati alle spalle? Ogni volta era una tortura abbandonarli lungo il cammino. Ma è stato inevitabile. Io non voglio più abbandonare animi dietro di me. Ne voglio vivere almeno uno. Almeno una volta. Ne voglio osservare uno vicino a me. E non da lontano e di nascosto. Oppure magari non tanto di nascosto ma cmq senza essere osservata a mia volta. Pensieri romantici. Beh, la tristezza e il male di vivere sono sempre un po’ romantici. E adesso mi sento così. Ho voglia di dire che per me stavolta sarà così. Ho voglia di dire che ce l’ho fatta. Ho voglia di vivere quest’animo nuovo che si è materializzato, in maniera assolutamente inaspettata, perchè sento che non lo posso perdere. Ma la voglia non la devo avere io. Non basta la mia. Queste cose si fanno in due.

Io voglio vivere, ma sulla pelle mia, io voglio amare e farmi male, voglio morire di te…

Già, proprio questo. Voglio morire di te. Chiunque tu sia. E in questo momento sei tu. E mi piacerebbe morire di te. Beh che ne dite? Se fossi un uomo certamente saprei come far cadere ai miei piedi una donna. Ma uomo non sono e manco omosessuale sono. Per cui questa mia grande capacità mi serve a poco. Anche perchè: o conquisto me stessa, ma non mi piace l’idea, oppure sono davvero un talento sprecato.
C’è tanto da dare qua dentro. Lo sento perfettamente. E’ una specie di materia solida che si muove. Imploderà un giorno? Fuoriuscirà incontrollata un giorno? Ogni tanto alla mente mi si affaccia l’idea di scoppiare per aria come un ordigno atomico. Di dissolvermi in un fungo… E il similtessuto che si va a creare rappresenta proprio quello che ho dentro, che ormai è diventata materia solida. Quel giorno sarebbe bene io non fossi sulla Terra, bensì sparuta per qualche nuova e lontanissima galassia, dove nessuno potrà farsi male. Scoppierò come una stella.
Beh, certo non è la fine che ci si aspetterebbe per un comune mortale… Per il momento mi sa che è tutto. Anche la conclusione come vedete non ha capo nè coda. Ci sentiamo presto
Grazie perchè mi sopportate

A volte ritornano…

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… Fusse ca fusse la vorta ‘bbona!! Non so se sia stata la volta buona, ma sono di nuovo qui. Chissà mai che non ci ritorni ancora tra poco. Sono qui dopo cinque giornate all’insegna del divertimento e della conoscenza, cinque giornate di tedesco inglese e francese. Di risate e di pianterelli, di supposizioni, di ballo, di cibo, di sapori forti, di piantine e di guide poco brave. E di un altro piccolo taglietto nel già devastato panorama del mio muscolo cardiaco.
Niente di grave, sia chiaro, non è successo niente, come sempre. E non volevo succedesse. Mi ero proprio ripromessa di evitare qualunque situazione simile. Ma non ci sono riuscita. E’ una cosa abbastanza grave, ma forse neanche tanto. C’è chi la troverebbe normale, umana. E infatti si tratta proprio di reazioni umane, di sensazioni umane, terrene. Che lasciano il segno, un segno invisibile, lì dove si spera nessuno mai debba mettere le mani, perchè se no significa che mi stanno immettendo un pace maker o un bypass o mi stanno trapiantando un cuore nuovo. Insomma, niente che le persone normali sperano succeda loro nel corso della propria esistenza. Giusto?
In realtà, non essendo successo niente, e non avendo io cose da sperare, segnali da interpretare, attese da ingannare, non dovrei proprio mettermi alla tastiera, ma in fin dei conti almeno per ora la scrittura è tornata a essere terapeutica. Durante il mio periodo di secca, preferivo lacrimare e lacrimare, ma adesso non ne ho proprio voglia. Non mi alletta affatto l’idea di starmene in posizione fetale a contrarmi come in preda alle convulsioni (mi rendo conto che questa sia un’immagine poco felice, ma lasciatemi essere almeno un po’ drammatica). Ecco perchè mi sono creata un’alternativa: la solita vecchia buona abitudine, la scrittura. Ora, potrei tenermi per me tutto quello che è mio e che alla fine della fiera non interessa a nessuno e in più sono affari miei e dovrei essere gelosa della mia sfera privata. Ma qui non c’è molto pericolo che mi scopra qualcuno. Trovare il blog di msn evidentemente non è cosa facile e ho ampiamente visto che se scrivo qlcs devo dirlo io a coloro i quali la vogliono leggere (ok, ok, lo so che il mio stile è burocratico, ma come suona "a quelli che" rispetto a "coloro i quali"? "Quelli che" mi sembra molto riduttivo, quasi irriverente nei confronti di un gruppo di persone. Le persone sono persone, non sono "quelli"!).
Certo, ho un mio diario personale, uno di quelli con chiave e lucchetto, come si usavano una volta. Il tema non è molto antico – è di Hello Kitty – ma è tenero e non credo sia una cosa molto diffusa o, quantomeno, io non lo so. Le persone non parlano del loro diario segreto di solito, non con semplici conoscenti, e siccome io di persone ne conosco parecchie senza che queste siano davvero mie amiche intime con le quali si condividono segreti etc etc, direi che non posso essere certa della scarsa diffusione dei diari segreti…
Ok, dopo questa digressione che può interessare ancor meno del motivo per cui in realtà mi sono messa qui a scrivere, vediamo di tornare al punto. Il punto è che certe cose non si possono controllare. Il punto è anche che certe cose sono evidenti. Il punto è però anche che non capisco perchè non ne faccio una giusta. Sono una campionessa del tiro al bersaglio sbagliato. Così sembra quasi che caccio senza cognizione di causa, che abbatto indistintamente esemplari della fauna mondiale senza tenere conto della loro possibile condizione di "specie protetta". Oppure sembra che io sia una poco di buono, una mantide religiosa un po’ più pudica della versione originale ovviamente, che però non risparmia nessuno. Eh uffa! Basta! Qualcosa di veramente normale, di giusto nel momento giusto nel posto giusto no? La classica domanda da farsi o da fare a un interlocutore non meglio spacificato è certamente: "Ma cosa ho fatto di male io?" Tutti però abbiamo fatto qualcosa di poco corretto nel corso della nostra esistenza, io me ne rendo perfettamente conto e non nego di essere nell’errore, di essere troppo spesso nell’errore perchè qualcosa di buono arrivi anche per me. Spesso cerco compassione, lo confesso, cosa che chi ha un minimo di amor proprio dovrebbe aborrire con tutte le proprie forze. Ma a me dell’amor proprio sinceramente non importa molto. Non so se amor proprio = dignità, quindi disamor proprio = negazione della propria dignità, però sono sincera se vi dico di essermi comportata spesso in modo poco rispettoso verso me stessa. E allora qui un benpensante potrebbe ribattere: "Allora ciccia, se non rispetti manco te stessa come puoi rispettar gli altri? E ancora di più: se TU STESSA NON rispetti te stessa, come puoi pretendere che GLI ALTRI TI rispettino?" E io chinando la testa risponderei che ha ragione, che forse dovrei evitare di perdere la dignità, se amor proprio vuol dire dignità. E quindi, per concludere il ragionamento di prima, dovrei evitare di cercare la compassione altrui quando qualcosa mi va male. Tuttavia, è l’unica cosa che posso ottenere. Nel senso che, finchè non ottengo quello che spero e di cui ho parlato tanto nell’altro intervento, penso che la compassione sia un ottimo sostituto. Per il semplice fatto che la compassione, certo in modo effimero, ti fa sentire avvolto da un calore, da una comprensione, da qualcosa che si può ritrovare nell’altro sentimento. Sarà anche una visione distorta della realtà, chiunque mi direbbe che sto sragionando, che sto dicendo fandonie, che non è vero niente, che devo smetterla di straparlare, e io darei ovviamente ragione a questa persona, penserei che è giusta la sua valutazione della cosa e sbagliata la mia. Ma non so se sarei davvero in grado di cambiare opinione. E’ una cosa triste, me ne rendo conto, specie oggi che si dice tanto sul rispetto e compagnia, ma ancora una volta mi trovo a dover ammettere di essere un po’ fuori tempo, un po’ sfasata. Come in una dimensione temporale parallela o come in preda alle conseguenze del jet lag.
Beh, devo dire che non sto scrivendo tutto di seguito, ci sono intermezzi emaileggianti, in più era ieri stesso che avevo davvero bisogno di scrivere. Sapete com’è, uno si diverte, fa qualcosa di diverso, ci mette di mezzo il cuore (a me apparentemente capita sempre, un po’ troppo spesso per i miei gusti) e poi arriva la fine. La fine di una "convivenza forzata" che, come nella maggior parte dei casi, si rivela divertentissima. Si formano legami, ci si conosce e si impara a volersi bene. Dividersi non è mai facile. Anche se poi sai che ti rivedrai con queste persone. Ma non sarà mai come quando avete convissuto. Non sarà mai come la prima volta. Anche stavolta c’è stata la forte volontà di ripetere un’esperienza simile, con lo stesso gruppo ovviamente. E non da parte mia stavolta. Allora non sono solo io la sentimentalona che vorrebbe ritrovare le stesse persone e viverci assieme di nuovo perchè la prima volta è stato spassosissimo e la seconda sarà ancora meglio!! Ma non sarà così. Ci rivedremo, certo, ma sarà difficile che riconvivremo ancora. E soprattutto, la vedo dura per quello che era nato in quei giorni. Nato, come è ovvio, solo ed esclusivamente in me. Ma adesso cerco di non cascarci così tanto. Ieri ero triste perchè tutto stava finendo, perchè stavo perdendo ogni occasione. Non so se le ho perse tutte davvero. Ma sarà molto difficile recuperare. E intanto però non devo pensarci. Più ci penso, più mi imbrago in una situazione univoca. E non va bene. Si soffre. Si soffre davvero tanto. Troppo. E non si giunge a nulla. E siccome mi conosco, la cosa non sarà facile. Ma sto imparando a controllarmi. Già le cose avevano preso una piega perfetta all’inizio. Poi si sono malauguratamente evolute ("malauguratamente" perchè seguito non ce n’è. Ci fosse stato, come pensavo inizialmente, ma proprio inizialmente inizialmente, quando credevo ancora di non essere io ad aver trovato qualcosa ma l’altra parte, allora non avrei certo pensato che questa situazione fosse nata sotto una cattiva stella. L’ho detto e lo ripeto: una cosa sto aspettando. E quando arriva, anche se sono ancora un po’ refrattaria se non arriva da parte mia, la voglio riconoscere e accogliere come si deve! E non la definirei mai "malaugurata"!) e io mi sono ritrovata nella solita condizione di similmalinconia, assolutamente immotivata per la solita mancanza di concretezza della cosa. Insomma, la mia sopravvivenza ancora non è diventata vita. E all’orizzonte si prospetta ancora maltempo.